Un’estate di letture tra artisti, musica e Mitteleuropa

Da ottima social media manager di questo blog, a inizio estate non ho proposto la mia lista di consigli e nemmeno i miei personali buoni propositi di lettura. Oggi che è il primo di settembre, toccherebbe al post di ripresa dell’anno (scolastico, un imprinting che ancora rimane) con l’elenco di attività che vorrei ma non farò.

Invece, fuori tempo come sempre, vorrei parlare di questo mio itinerario estivo di letture, in apparenza raffazzonato, basato su libri che attendevano da tempi immemori di essere letti, su regali inattesi, acquisti impulsivi e suggerimenti di lettura recepiti da amici cari. Con sorpresa, si è venuta a creare una fitta rete di rimandi storici, geografici e tematici, a conferma che la scrittura non è mai un fatto isolato ma è immersa in un brodo denso in cui tutti ci affanniamo (ogni riferimento all’afa padana è voluto).

Le letture che ho intrapreso tra inizio giugno e fine agosto (e tutte portate a termine tranne un saggio in fieri) sono ben quindici:

  • A beautiful nothing di Enrico Terrinoni, Atlantide edizioni (2024)
  • Body art di Don De Lillo, Einaudi (2001)
  • L’odio migliore di Michele Orti Manara, Tetra (2023)
  • La sonata a Kreutzer di Leo Tolstoy, La biblioteca di Repubblica (2011)
  • Alma Mahler o l’arte di essere amata di Francoise Giroud, BEAT (2022)
  • La lucina di Antonio Moresco, Mondadori (2013)
  • Il finimondo, Dal vostro inviato nella città dei morti di Antonio Moresco, Tetra (2022)
  • Il soccombente di Thomas Bernhard , Adelphi (1984)
  • Fondamenta degli incurabili di Joseph Brodsky, Adelphi (1991)
  • La colpa è mia di Andrea Donaera, Bompiani (2024)
  • Sotto la città di Daniele Petruccioli, Tetra (2022)
  • Tre sentieri per il lago e altri racconti di Ingeborg Bachmann, Adelphi (1993)
  • Ragazze perbene di Olga Campofreda, NN editore (2023)
  • Prologo celeste. Nell’atelier di Anselm Kiefer di Vincenzo Trione, Einaudi (2023)
  • Incorreggibili di Paola Moretti, 66thand2nd (2024)

Sembrano tantissimi libri ma alcuni sono singoli racconti lunghi (edizioni Tetra), altri romanzi brevi. Tutte letture da spiaggia, ovviamente, soprattutto Bernhard e Tolstoy (qui sono ironica).

A beautiful nothing è una quest, un’indagine nel tempo passato e presente, ricca di tensione, che prende l’avvio dal soggiorno romano di Joyce e dai misteri che ancora lo avvolgono. Enrico Terrinoni è un suo grande studioso e ha saputo rendere vitale un autore spesso considerato troppo complesso da approcciare. Finita la lettura, entusiasta, ho ripreso in mano Gente di Dublino, ne ho riletta buona parte con un nuovo sguardo. Ho intuito il senso di questa raccolta, ho apprezzato quei racconti che non avevo capito e mi sono fatta travolgere da The dead, l’ultimo, un capolavoro.

Con Body art, ho fatto il mio primo incontro con la scrittura di Don DeLillo. È un romanzo di fantasmi al cui centro c’è una donna che usa il suo corpo come installazione artistica, una performer, sola nella casa affittata dal marito artista anche lui, famoso, ora morto. Inquietante e surreale, ci interroga senza dare risposte. Non è questo lo scopo dell’arte?

Antonio Moresco è stata la scoperta letteraria dell’estate, il coup de foudre che aspettavo. Ne La lucina mi ha ammaliato con una voce narrante immersa in una solitudine vegetale, la cui unica compagnia è la luce che ogni sera si accende sull’altro versante della valle, per il resto immerso in un’oscurità totale. Scritto con il respiro della favola, con uno stile limpido in cui il buio è sempre pronto a esondare, mi ha tenuto avvinta con piccoli scarti che portano avanti la narrazione. Il confine tra reale e fantasia, tra umano e naturale, tra vita e morte è talmente esile che viene continuamente oltrepassato, in un verso e nell’altro. E a chi legge sembra che non potrebbe essere diversamente.

Ansiosa di leggere altro dello stesso autore, ho recuperato alcuni dei Tetra che tenevo da parte. Si tratta di simpatici volumetti quadrati, più o meno spessi, perfetti da inserire nella borsa della spiaggia o della piscina (anche se il loro peso specifico può raggiungere valori molto alti) in cui è pubblicato un solo racconto lungo di uno scrittore italiano contemporaneo. Nel caso dei tre di quest’estate, si tratta di Daniele Petruccioli, Michele Orti Manara, di cui ho letto da poco la raccolta di racconti Cose da fare per farsi del male, e, appunto, Antonio Moresco.

Il racconto di Michele Orti Manara è ambientato in un alienante contesto aziendale. Il tema è noto ma l’autore lo vivacizza con un protagonista non proprio irreprensibile per il quale fino alla fine non sappiamo se parteggiare o meno. Il Tetra di Moresco è invece una raccolta rimaneggiata di articoli usciti su Domani a tema interviste con personaggi famosi morti. In questa nuova versione, integrata con nuovi capitoli e resa più omogenea, veniamo trasportati in una dimensione altra e la sospensione dell’incredulità è tale che ci chiediamo se poi non sia veramente impossibile comunicare con l’al di là. Il racconto di Petruccioli è ambientato in un inferno moderno, la vita di un padre di famiglia schiacciato dai debiti e da un lavoro infelice che si trascina per la città di Roma scorrendo attraverso le sue viscere.

Un altro nucleo tematico che ha contraddistinto questa estate è la musica: da La sonata a Kreutzer di un Tolstoy nella sua fase religiosa, alla biografia di Alma Mahler, compositrice, che nella sua vita ha frequentato in maniera più o meno intima gli artisti della Vienna del primo Novecento (Mahler, Gropius, Werfel, Kokoschka), fino ad arrivare al Soccombente di Bernhard, scandito dalle variazioni Goldberg interpretate da Glenn Gould. Si tratta di tre libri completamente diversi ma che mi hanno fatto riflettere su quanto l’arte possa avere un effetto nefasto sulla vita delle persone quando si trasforma in ossessione, in un’ambizione mai soddisfatta, in uno specchio in cui riflettere le nostre debolezze e amplificarle. Non è quindi solo bellezza, come sono portata a pensare, ma anche una lotta terribile il cui fine è la creazione di qualcosa che prima non esisteva.

Nello stesso solco si colloca un saggio che sto centellinando: Prologo celeste. Nell’atelier di Anselm Kiefer. Nel 2023 è uscito anche un documentario di Wim Wenders su questo artista di fama mondiale (e a me finora sconosciuto) e in questo saggio di Vincenzo Trione veniamo condotti attraverso i labirinti espositivi di Barjac, una cittadella francese industriale convertita a laboratorio artistico permanente, in cui Kiefer ha scavato, elevato, accumulato, distrutto, creato spazi e paesaggi. Si tratta di un artista controverso, accusato di apologia del nazismo soprattutto all’inizio della sua carriera, quando in realtà il suo scopo, lui tedesco nato alla fine della seconda guerra in un paese devastato, è sempre stato quello di non dimenticare. Secondo Kiefer, la Germania, schiacciata dalla sconfitta e dal senso di colpa, ha preferito cancellare il suo passato invece che rielaborarlo e questo ha prodotto un vuoto da riempire. Il saggio è illustrato, il commento di Trione è tecnico ed evocativo allo stesso tempo, indispensabile per far intuire la complessità della mente artistica, quali sono i suoi fantasmi, i tarli, le contraddizioni, le debolezze, le utopie, la missione.

Germania, Austria e Svizzera sono i paesi di riferimento per molti dei personaggi e degli artisti che ho incontrato. Si tratta di patrie scomode, odiate eppure incistate, da cui è impossibile fuggire perché sempre ci si viene riportati da un sentimento simile alla nostalgia. Ed ecco apparire i racconti di Ingeborg Bachmann in cui donne dai sentimenti confusi e l’animo saldo cercano di ingannare se stesse, manipolando la realtà per cercare di non soffrire troppo. Sono racconti splendidi: la traduttrice simultanea, la reporter fotografica, la ragazza che vorrebbe solo dormire (è a lei che si è ispirata Otessa Moshfegh con Il mio anno di riposo e oblio?), la donna che si ostina nella sua progressiva cecità. Figure di donne indipendenti nonostante le loro fragilità, rese con dialoghi, manie, particolari. Racconti singoli in cui i personaggi si ripropongono, passando dallo sfondo al centro del racconto successivo, come se Bachmann avesse di fronte a sé non figure isolate ma un complesso di relazioni dal quale estrapola le sue storie. E che sorpresa ritrovarla poi citata in Incorreggibili di Paola Moretti, in relazione a Fleur Jaeggy e Elfriede Jalinek, due delle quattro scrittrici con cui l’autrice si confronta, in un saggio che è anche memoir e strumento di rielaborazione del lutto, perché cercare la propria identità nella scrittura è un viaggio difficile e incerto ma nel quale non si è soli.

Le fondamenta degli incurabili è un gioiello riproposto nella piccola libreria Adelphi. Qui abbiamo un poeta russo, Joseph Brodsky, nobel per la letteratura, che ci parla della sua fascinazione per una Venezia invernale in cui si ostina a tornare ogni anno in cerca di qualcosa di molto simile all’essenza della bellezza. È un racconto onirico in cui ci si perde in immagini e associazioni, restando incantati dal movimento ipnotico delle onde e delle parole. E ancora ritornano il tema dell’identità, della morte, della parola. L’arte, sopra ogni cosa.

Restano alla fine di questo lungo catalogo due autori italiani: Olga Campofreda con le sue Ragazze perbene e Andrea Donaera con La colpa è mia. Due libri in antitesi che riescono ad avere dei punti di contatto: l’incertezza che caratterizza la vita dei giovani, sia economica sia identitaria, la solitudine di chi non riesce a integrarsi in una società rigida e spietata con chi non è conforme, l’amore che è visto come possibilità di salvezza ma si rivela l’ennesima trappola. Per il resto sono due romanzi opposti, a partire dai colori che li pervadono, il rosa acceso della Campofreda, marchio della collana Fuggitive di NN, il nero che pervade gli scritti di Donaera, esploso con Io sono la bestia, sempre per NN. In tema musicale abbiamo poi Britney Spears da una parte, il metallo e il gotico dall’altra. E questo è parte dell’incanto della scrittura, rappresentare mondi alieni tra loro e che pure possono coesistere nella stessa realtà e addirittura nella stessa libreria di casa.

Se ora riprendessi in mano tutti questi volumi e li sfogliassi, oltre alla sabbia, le ditate di sudore, le sottolineature e le note su google drive, ritroverei i fili dei discorsi che ho intessuto con loro e tra loro in questi mesi di sospensione della quotidianità, frasi e concetti in cui mi sono impigliata e aggrappata, un album dell’estate che si estende nel tempo, nello spazio e nelle profondità. Ma come non stampo più le foto, così tutti questi particolari li lascerò sedimentare da qualche parte per poi ritrovarli chissà quando chissà dove ma quando ne avrò bisogno.

Cuore di tenebra di Joseph Conrad

Ritmico come i tamburi della foresta, il richiamo dell’ignoto ammalia i personaggi di questo romanzo breve di Joseph Conrad. Scritto nel 1899, quando l’autore aveva abbandonato ormai definitivamente la vita da marinaio per dedicarsi alla scrittura, Cuore di tenebra (Heart of darkness) sembra rifarsi al viaggio di Conrad in Congo e ai vari tipi di avventurieri che aveva incontrato durante le sue navigazioni.

Mentre Londra balugina in lontananza avvolta da una oscurità tetra, un gruppo di amici attende su un’imbarcazione che la marea del Tamigi inverta il suo flusso per poter attraversarne la foce e raggiungere il mare. Cala una notte buia e Marlow, uno dei cinque tra i quali sta il narratore, si lascia andare ai ricordi e inizia il racconto di una sua avventura nel cuore profondo dell’Africa, quando aveva abbandonato i mari per dedicarsi all’esplorazione del grande fiume che simile a un alligatore lo chiamava dalle carte geografiche. Marlow tenta di tutto per poter raggiungere quei luoghi ma solo l’influenza di una zia che vive nel Continente potrà concedergli di prendere servizio presso la Compagnia che gestisce i commerci in quell’area e farsi affidare la guida di un battello.

Fin dalle prime righe si avverte un senso di oppressione, il peso di un fato oscuro, l’irresistibile vocazione dell’uomo verso l’ignoto. Novello Ulisse, Marlow è spinto da una cieca sete di conoscenza e nemmeno l’inquietante visione delle due parche che filano nera lana all’ingresso della Compagnia, una giovane l’altra anziana, quest’ultima con un gatto in grembo e lo sguardo di chi sa che non vedrà tornare nessuno di quelli che sono partiti, lo trattiene da affrontare disagi di ogni tipo per prendere il comando del suo battello.

In un crescendo di tensione, in un continuo evocare la tenebra e il mistero inconoscibile della foresta, Cuore di tenebra è il racconto di un’ossessione alla quale si può sacrificare tutto, anche la propria anima.

In fondo al fiume, nell’ultima stazione, sta Kurtz, il migliore degli agenti della Compagnia, ammirato e odiato allo stesso tempo per la sua eloquenza e la sua bravura nel procurare avorio. Simile a un mito o a una leggenda, il suo nome si ripete sempre più spesso e assume per Marlow la consistenza di una voce, un canto di sirena da cui si sente irrimediabilmente attratto e allo stesso tempo respinto.

Il racconto è incalzante, costellato da diversi episodi che, attraverso gli occhi di Marlow, ci presentano la cupidigia e la grettezza dell’uomo bianco, venuto da predone a strappare alla foresta e agli indigeni i loro beni e i loro segreti. Schiavi, nemici, ribelli: Marlow è disgustato dal trattamento riservato a quegli uomini, spesso sofferenti, indigenti, sottomessi all’invasore. Di contro ci sono le tribù ancora libere, che oppongono una resistenza silenziosa e hanno trovato in Kurtz un idolo da cui sono terrorizzati e ammaliati allo stesso tempo.

Il personaggio di Kurtz domina il romanzo: prima solo presenza, poi corpo per quanto consumato, ridotto a una voce ancora potente, ancora in grado di dare ordini, di gridare l’orrore. L’attesa spasmodica di Marlow di poterlo finalmente ascoltare, quell’uomo la cui eloquenza ha conquistato europei e indigeni, si scontra con la realtà di uno spirito che ha visto se stesso e ne ha provato orrore, per la propria cupidigia, per la propria bramosia di potere, per la violenza alle quali non sa opporsi ma sempre si abbandona.

Due figure di donna si stagliano antitetiche tra loro alla fine del racconto, in parallelismo con le due donne vestite di nero. Una è una fiera indigena, figura oscura, voce della foresta, che sembra chiamare a sé Kurtz, portato sul battello per riportarlo alla civiltà. Un richiamo a cui lui cede, per poi essere di nuovo catturato da Marlow. L’altra è la fidanzata che a lungo lo ha aspettato in patria e che ora indossa le gramaglie di una vedovanza affranta. Quanto l’altra era scura e irrazionale, tanto questa è luminosa, i capelli biondi accesi dagli ultimi raggi del sole calante, piena di fede nell’uomo che ancora ama e che ritiene il migliore tra tutti. Entrambe le figure tendono le braccia a implorare qualcosa da quest’uomo senza cuore. Il suo infatti glielo ha strappato la foresta, con i suoi silenzi di tenebra e i misteri che la mente umana non potrà mai sondare.

Sbarcare in una palude, marciare nei boschi e sentire in qualche avamposto dell’interno la natura selvaggia, assolutamente selvaggia, chiudersi intorno a lui – tutta quella vita misteriosa che si agita nella foresta, nelle giungle, nel cuore dei primitivi. Non esiste iniziazione a questi misteri. È costretto a vivere nel cuore dell’incomprensibile, che è anche detestabile. E ha un fascino, che comincia ad agire su di lui. Il fascino dell’orrore, capite – e immaginate i rimpianti sempre più intensi, il desiderio di fuggire, il disgusto impotente, la resa, l’odio. (pagina 10)
L’ombra del Kurtz di un tempo frequentava il capezzale del vuoto ciarlatano, destinato a sepoltura imminente nel terriccio della terra primordiale. Ma l’amore demoniaco e l’odio irrazionale dei misteri che aveva penetrato si stavano battendo per impadronirsi di quell’anima sazia di emozioni primitive, avida di fama menzognera, di distinzione fasulla, di tutte le apparenze del successo e del potere. (pagina 99)

Finestre alte di Philip Larkin

Philip Larkin (1922-1985) è uno dei maggiori poeti inglesi del secondo Novecento, molto apprezzato in patria e poco conosciuto da noi. Per vent’anni bibliotecario, ha scritto romanzi, recensioni musicali e soprattutto poesia.

Insieme a Thom Gunn e a Ted Hughes (marito di Sylvia Plath) è una delle figure più significative del Movement inglese degli anni ’50-’60. I poeti del Movement, con le loro specifiche differenze, si prefiggevano di contrapporsi alla poesia politicamente o filosoficamente impegnata degli anni 1930, al neoromanticismo del dopoguerra e alla poesia metaforica di Dylan Thomas.

Finestre alte è una raccolta di sue poesie con testo a fronte (traduzione di Enrico Testa) uscito per la bianca di Einaudi nel 2002.

La lingua è pulita, evita le metafore, sceglie termini e oggetti comuni. È possibile apprezzarla in originale anche con un livello non troppo alto di conoscenza della lingua inglese, magari appoggiandosi alla traduzione a fronte. In questo modo si mantengono il senso del ritmo, il suono, le allitterazioni e altre figure retoriche che altrimenti andrebbero perse.

Di questa sua raccolta mi ha colpito il modo spesso ironico, sarcastico o dissacrante con cui inizia i suoi componimenti, per poi chiuderli con una malinconica grazia, in un rovesciamento che rende ancora più efficace quello di cui ci vuole parlare.

Il poeta Larkin si pone come osservatore esterno della realtà più minuta, senza attribuirsi una posizione giudicante, anzi, spesso rivestendo i panni dell’antieroe, consapevole dei suoi difetti, della sua vita non vissuta a pieno.

Il tema della fine (della vita, della natura, del mondo) impregna la narrazione.

In Larkin tutto può farsi poesia: vecchi ubriaconi che giocano a carte, il lamento dell’erba tagliata, i soldi che non bastano mai, la luna o il sole, la città con i suoi palazzi, le alte finestre da cui osservare il mondo con sguardo ironico eppure partecipe.

Rather than workshop comes the thought of high windows:
The sun-comprehending glass,
And beyond it, the deep blue air, that shows
Nothing, and is nowhere, and is endless.

(da Finestre alte)

Come in ogni raccolta, mi sono appuntata i componimenti che più mi hanno colpito per poi tornare a leggerli, come è sempre bello fare con i versi che ci hanno illuminato, anche solo per un momento:

  • The Trees: anche gli alberi muoiono come noi e poi ricominciano daccapo, il loro segreto è custodito in anelli di accrescimento. Una poesia che ha per me un significato particolare, legato a un progetto di scrittura non ancora concluso.
  • High Windows: parte dall’invidia per i ragazzi che possono scopare senza preoccupazioni, cosa che lui ha sognato per tutta la vita, e arriva al pensiero delle alte finestre della sua casa, scaldate dal sole, e l’aria azzurra oltre di esse, che esiste e basta.
  • Friday Night in the Royal Station Hotel: la solitudine di un albergo di notte, luogo di esilio, in cui ogni particolare ci parla del nostro essere messi da parte rispetto al mondo.
  • The Old Fools: quando si muore ci si frantuma e i pezzi si disperdono, per sempre: è l’oblio. E poi i vecchi ricordano le persone per com’erano in un dato momento, cristallizzato nel tempo. E invece spesso non ci sono più e restano soli con i loro ricordi.
  • Going going: in questi versi Larkin anticipa l’ansia ecologica che pervade la nostra epoca. Ormai la fine del mondo è imminente. Pensava non lo riguardasse. E invece.
  • The card players: un esempio della vena goliardica di Larkin che si abbandona a immagini volgari e giochi di parole.
  • The building: la morte incombe e tutti siamo consapevoli che dobbiamo morire, forse non qui, forse non ora, ma alla fine.
  • Cut grass: anche in un campo di erba appena tagliata, nella luce bianca di giugno, incombe il senso tragico della morte.

Per quanto Larkin possa sembrare cupo, tra le sue righe ho trovato sempre un raggio di luce, per quanto esile, ma proprio per questo in grado di rischiarare le tenebre.

Casa desolata di Charles Dickens

Era dai tempi di Anna Karenina che non leggevo un romanzo così corposo, più di 900 pagine che possono atterrire ma che in realtà scorrono veloci tra personaggi vividi, colpi di scena e una trama principale che si articola in tante sotto trame, tutte condotte magistralmente dall’autore, in grado di tenere a bada un esercito di personaggi secondari e di aiutare il lettore a non perdersi in quello che potrebbe sembrare un labirinto.

Romanzo meno famoso di Charles Dickens – ma considerato uno dei suoi più riusciti – Casa desolata (Bleak house) prende l’avvio da una feroce critica al sistema giudiziario inglese. Il romanzo viene pubblicato a puntate tra il 1852 e il 1853 e fa riferimento alla situazione giuridica vigente prima delle riforme del 1842 e 1852.

Come spesso accade agli autori, l’innesco che sta loro più a cuore passa in secondo piano nello sviluppo del romanzo e quella che dovrebbe essere soprattutto un’invettiva contro un sistema di cui era stato vittima lo stesso Dickens si rivela una storia appassionante, addirittura il primo romanzo con un detective alla Sherlock Holmes, anche se farà la sua comparsa solo nella seconda parte dell’opera.

Il romanzo ruota attorno alla causa Jarndyce contro Jarndyce e alla figura di Esther Summerson, voce narrante in prima persona che si alterna a una terza onnisciente.

La causa Jarndyce contro Jarndyce si trascina da tempo immemorabile, tanto da essere nota anche al di fuori degli ambienti della Corte del Lord Cancelliere. I numerosi cavilli, rinvii, inghippi burocratici e tutte le lungaggini di una farraginosa amministrazione della giustizia, oltre a creare sacchi di documenti e impegnare quasi tutti gli avvocati di Londra, ha esasperato e portato alla rovina le numerose persone che ne sono state coinvolte, anche marginalmente.

L’ultimo Jarndyce, proprietario di Casa desolata, la ritiene talmente una condanna da disinteressarsene completamente e preferisce dedicarsi ad atti di pura generosità. Tra questi, diventare tutore di una giovanissima Esther e accogliere in casa due cugini, pupilli della Corte, Ada e Richard, giovani bellissimi destinati a innamorarsi.

La trama ha come sfondo il protrarsi infinito della causa, sul quale si innestano le storie di numerosi personaggi che hanno a che fare con il tribunale in maniera più o meno diretta.

Oltre a Casa desolata e alla Corte di Giustizia, grande importanza ha Chesney Wold, antica magione della famiglia Dedlock che si rivelerà intimamente connessa alle altre.

Senza svelare i nodi principali della storia, la cui bellezza sta in colpi di scena più o meno inaspettati e nelle relazioni tra i vari personaggi che si articolano e si intrecciano tra loro, vorrei fermarmi su alcuni temi (senza nessuna presunzione di critica letteraria, per quella c’è già Nabokov nella prefazione al romanzo, tratta dalle sue lezioni di letteratura).

Casa desolata è un romanzo sociale: descrive la società inglese dell’epoca vittoriana, dopo la prima rivoluzione industriale. La situazione delle classi più povere sia in città sia in campagna è durissima mentre la nobiltà e le classi più abbienti restano indifferenti, arroccate nei loro privilegi.

Tra le pagine più toccanti ci sono quelle dedicate alle condizioni di vita dei bambini, spesso abbandonati a se stessi, orfani, costretti a lavorare, senza cure mediche o istruzione. Il figlio morto di Jenny, nella casa dei mattonai; i figli delle dame di carità come Mrs. Jellyby, ignorati a favore di remote popolazioni africane; il povero Jo, che non sa nulla ed è costretto a circolare, rifiutato da tutti, considerato meno di una bestia. La stessa Esther è una bambina infelice, cresciuta senza amore dalla madrina, una donna fredda che le rimprovera il fatto stesso di essere nata. Sarà la sua morte a cambiare la vita di Esther, affidata per conto dello studio legale Kenge & Carboy alla tutela di John Jarndyce che si prenderà cura della sua istruzione per farne la governante di Casa desolata e la dama di compagnia di Ada, la sua pupilla.

I personaggi di Dickens in genere non hanno una evoluzione nel corso della storia ma rimangono fedeli al ritratto iniziale che ne ha fatto l’autore. Fa eccezione Lady Deadlock, altera e annoiata gran dama, ammirata dal piccolo bel mondo, tormentata da un segreto del passato e fiera nel sopportarne le conseguenze. Uno dei personaggi che ho amato di più per la sua complessità, in contrasto con altri più monolitici. Anche il personaggio di Richard Carstone, cugino di Ada Clare, cambia più volte nel corso della narrazione mentre la ragazza rimane quietamente buona e affezionata per tutto il tempo.

È invece nei personaggi negativi che Dickens ci regala i ritratti migliori, quelli che più rimangono impressi: Krook e la sua malvagia gatta, lui un vecchio ubriacone che collezione cartacce, stracci e bottiglie e affitta camere alla povera gente; Joshua Smallweed, un usuraio consumato dalla cattiveria e dall’avidità, sempre pronto a schiacciare il prossimo e a gettare la qualunque alla moglie; Mr. Vholes, un avvocato che vampirizza Richard e lo sprofonda ancora di più nella causa Jarndyce contro Jarndyce; Hortense, cameriera personale di Lady Deadlock, dai tratti ferini, consumata da un odio rabbioso; Harold Skimpole, amico di John Jarndyce, che si professa un animo bambino per sfuggire alle sue responsabilità e abusare della generosità del prossimo; infine, sopra tutti, il temibile Mr. Tulkinghorn, impassibile avvocato di Sir Leicester Deadlock, collezionista dei segreti delle grandi famiglie e custode, con ogni mezzo, del loro onore.

Concordo con Nabokov nel dire che però la grandezza dell’autore sta nel creare immagini evocative. Il modo in cui descrive la nebbia che striscia e avvolge la città, infilandosi nella corte di Giustizia e diventando parte di essa, o il modo in cui la natura partecipa e fa da contrappunto agli stati d’animo dei personaggi, ora idilliaca, ora sferzata dagli elementi. Londra poi diventa una città vivida, fatta di strade strette, case dalle facciate severe o cieche, luci incerte, strade fangose, in cui i personaggi si muovono a fatica, vittime del gelo o del caldo torrido, soffocati dall’aria pesante nel respiro e nell’animo. Sembra che oggetti e animali, nelle parole di Dickens, assumano connotazioni umane, a volte più perspicaci delle persone che li circondano.

L’unica mia perplessità riguarda la figura di Esther, osservatrice attenta, instancabile nel cercare il bene del prossimo, restia ad ammettere le qualità che tutti le attribuiscono, ferma nell’affrontare con animo lieto ogni difficoltà. Forse la sua evoluzione sta nell’accettare la felicità che infine le si presenta? O è l’ennesima Pollyanna, la donna ideale che mai si lamenta e sempre si sacrifica per gli altri? Mi resta il dubbio, pensando anche che negli stessi anni venivano pubblicati romanzi come Jane Eyre (1847) e Shirley (1849) di Charlotte Bronte o Nord e Sud (1855) di Elizabeth Gaskell e all’inizio dell’Ottocento i romanzi di Jane Austen.

In effetti mi rendo conto che i romanzi inglesi di questo periodo sono stati a lungo tra i miei preferiti e forse anche per questo la lettura di Casa desolata mi è stata così cara, come tornare ai luoghi amati dell’infanzia ma con uno sguardo più maturo.

Casa desolata di Charles Dickens. Traduttore Angela Negro. Einaudi 2018, collana Einaudi tascabili. 920 pagine.