Da ottima social media manager di questo blog, a inizio estate non ho proposto la mia lista di consigli e nemmeno i miei personali buoni propositi di lettura. Oggi che è il primo di settembre, toccherebbe al post di ripresa dell’anno (scolastico, un imprinting che ancora rimane) con l’elenco di attività che vorrei ma non farò.
Invece, fuori tempo come sempre, vorrei parlare di questo mio itinerario estivo di letture, in apparenza raffazzonato, basato su libri che attendevano da tempi immemori di essere letti, su regali inattesi, acquisti impulsivi e suggerimenti di lettura recepiti da amici cari. Con sorpresa, si è venuta a creare una fitta rete di rimandi storici, geografici e tematici, a conferma che la scrittura non è mai un fatto isolato ma è immersa in un brodo denso in cui tutti ci affanniamo (ogni riferimento all’afa padana è voluto).
Le letture che ho intrapreso tra inizio giugno e fine agosto (e tutte portate a termine tranne un saggio in fieri) sono ben quindici:
- A beautiful nothing di Enrico Terrinoni, Atlantide edizioni (2024)
- Body art di Don De Lillo, Einaudi (2001)
- L’odio migliore di Michele Orti Manara, Tetra (2023)
- La sonata a Kreutzer di Leo Tolstoy, La biblioteca di Repubblica (2011)
- Alma Mahler o l’arte di essere amata di Francoise Giroud, BEAT (2022)
- La lucina di Antonio Moresco, Mondadori (2013)
- Il finimondo, Dal vostro inviato nella città dei morti di Antonio Moresco, Tetra (2022)
- Il soccombente di Thomas Bernhard , Adelphi (1984)
- Fondamenta degli incurabili di Joseph Brodsky, Adelphi (1991)
- La colpa è mia di Andrea Donaera, Bompiani (2024)
- Sotto la città di Daniele Petruccioli, Tetra (2022)
- Tre sentieri per il lago e altri racconti di Ingeborg Bachmann, Adelphi (1993)
- Ragazze perbene di Olga Campofreda, NN editore (2023)
- Prologo celeste. Nell’atelier di Anselm Kiefer di Vincenzo Trione, Einaudi (2023)
- Incorreggibili di Paola Moretti, 66thand2nd (2024)
Sembrano tantissimi libri ma alcuni sono singoli racconti lunghi (edizioni Tetra), altri romanzi brevi. Tutte letture da spiaggia, ovviamente, soprattutto Bernhard e Tolstoy (qui sono ironica).
A beautiful nothing è una quest, un’indagine nel tempo passato e presente, ricca di tensione, che prende l’avvio dal soggiorno romano di Joyce e dai misteri che ancora lo avvolgono. Enrico Terrinoni è un suo grande studioso e ha saputo rendere vitale un autore spesso considerato troppo complesso da approcciare. Finita la lettura, entusiasta, ho ripreso in mano Gente di Dublino, ne ho riletta buona parte con un nuovo sguardo. Ho intuito il senso di questa raccolta, ho apprezzato quei racconti che non avevo capito e mi sono fatta travolgere da The dead, l’ultimo, un capolavoro.
Con Body art, ho fatto il mio primo incontro con la scrittura di Don DeLillo. È un romanzo di fantasmi al cui centro c’è una donna che usa il suo corpo come installazione artistica, una performer, sola nella casa affittata dal marito artista anche lui, famoso, ora morto. Inquietante e surreale, ci interroga senza dare risposte. Non è questo lo scopo dell’arte?
Antonio Moresco è stata la scoperta letteraria dell’estate, il coup de foudre che aspettavo. Ne La lucina mi ha ammaliato con una voce narrante immersa in una solitudine vegetale, la cui unica compagnia è la luce che ogni sera si accende sull’altro versante della valle, per il resto immerso in un’oscurità totale. Scritto con il respiro della favola, con uno stile limpido in cui il buio è sempre pronto a esondare, mi ha tenuto avvinta con piccoli scarti che portano avanti la narrazione. Il confine tra reale e fantasia, tra umano e naturale, tra vita e morte è talmente esile che viene continuamente oltrepassato, in un verso e nell’altro. E a chi legge sembra che non potrebbe essere diversamente.
Ansiosa di leggere altro dello stesso autore, ho recuperato alcuni dei Tetra che tenevo da parte. Si tratta di simpatici volumetti quadrati, più o meno spessi, perfetti da inserire nella borsa della spiaggia o della piscina (anche se il loro peso specifico può raggiungere valori molto alti) in cui è pubblicato un solo racconto lungo di uno scrittore italiano contemporaneo. Nel caso dei tre di quest’estate, si tratta di Daniele Petruccioli, Michele Orti Manara, di cui ho letto da poco la raccolta di racconti Cose da fare per farsi del male, e, appunto, Antonio Moresco.
Il racconto di Michele Orti Manara è ambientato in un alienante contesto aziendale. Il tema è noto ma l’autore lo vivacizza con un protagonista non proprio irreprensibile per il quale fino alla fine non sappiamo se parteggiare o meno. Il Tetra di Moresco è invece una raccolta rimaneggiata di articoli usciti su Domani a tema interviste con personaggi famosi morti. In questa nuova versione, integrata con nuovi capitoli e resa più omogenea, veniamo trasportati in una dimensione altra e la sospensione dell’incredulità è tale che ci chiediamo se poi non sia veramente impossibile comunicare con l’al di là. Il racconto di Petruccioli è ambientato in un inferno moderno, la vita di un padre di famiglia schiacciato dai debiti e da un lavoro infelice che si trascina per la città di Roma scorrendo attraverso le sue viscere.
Un altro nucleo tematico che ha contraddistinto questa estate è la musica: da La sonata a Kreutzer di un Tolstoy nella sua fase religiosa, alla biografia di Alma Mahler, compositrice, che nella sua vita ha frequentato in maniera più o meno intima gli artisti della Vienna del primo Novecento (Mahler, Gropius, Werfel, Kokoschka), fino ad arrivare al Soccombente di Bernhard, scandito dalle variazioni Goldberg interpretate da Glenn Gould. Si tratta di tre libri completamente diversi ma che mi hanno fatto riflettere su quanto l’arte possa avere un effetto nefasto sulla vita delle persone quando si trasforma in ossessione, in un’ambizione mai soddisfatta, in uno specchio in cui riflettere le nostre debolezze e amplificarle. Non è quindi solo bellezza, come sono portata a pensare, ma anche una lotta terribile il cui fine è la creazione di qualcosa che prima non esisteva.
Nello stesso solco si colloca un saggio che sto centellinando: Prologo celeste. Nell’atelier di Anselm Kiefer. Nel 2023 è uscito anche un documentario di Wim Wenders su questo artista di fama mondiale (e a me finora sconosciuto) e in questo saggio di Vincenzo Trione veniamo condotti attraverso i labirinti espositivi di Barjac, una cittadella francese industriale convertita a laboratorio artistico permanente, in cui Kiefer ha scavato, elevato, accumulato, distrutto, creato spazi e paesaggi. Si tratta di un artista controverso, accusato di apologia del nazismo soprattutto all’inizio della sua carriera, quando in realtà il suo scopo, lui tedesco nato alla fine della seconda guerra in un paese devastato, è sempre stato quello di non dimenticare. Secondo Kiefer, la Germania, schiacciata dalla sconfitta e dal senso di colpa, ha preferito cancellare il suo passato invece che rielaborarlo e questo ha prodotto un vuoto da riempire. Il saggio è illustrato, il commento di Trione è tecnico ed evocativo allo stesso tempo, indispensabile per far intuire la complessità della mente artistica, quali sono i suoi fantasmi, i tarli, le contraddizioni, le debolezze, le utopie, la missione.
Germania, Austria e Svizzera sono i paesi di riferimento per molti dei personaggi e degli artisti che ho incontrato. Si tratta di patrie scomode, odiate eppure incistate, da cui è impossibile fuggire perché sempre ci si viene riportati da un sentimento simile alla nostalgia. Ed ecco apparire i racconti di Ingeborg Bachmann in cui donne dai sentimenti confusi e l’animo saldo cercano di ingannare se stesse, manipolando la realtà per cercare di non soffrire troppo. Sono racconti splendidi: la traduttrice simultanea, la reporter fotografica, la ragazza che vorrebbe solo dormire (è a lei che si è ispirata Otessa Moshfegh con Il mio anno di riposo e oblio?), la donna che si ostina nella sua progressiva cecità. Figure di donne indipendenti nonostante le loro fragilità, rese con dialoghi, manie, particolari. Racconti singoli in cui i personaggi si ripropongono, passando dallo sfondo al centro del racconto successivo, come se Bachmann avesse di fronte a sé non figure isolate ma un complesso di relazioni dal quale estrapola le sue storie. E che sorpresa ritrovarla poi citata in Incorreggibili di Paola Moretti, in relazione a Fleur Jaeggy e Elfriede Jalinek, due delle quattro scrittrici con cui l’autrice si confronta, in un saggio che è anche memoir e strumento di rielaborazione del lutto, perché cercare la propria identità nella scrittura è un viaggio difficile e incerto ma nel quale non si è soli.
Le fondamenta degli incurabili è un gioiello riproposto nella piccola libreria Adelphi. Qui abbiamo un poeta russo, Joseph Brodsky, nobel per la letteratura, che ci parla della sua fascinazione per una Venezia invernale in cui si ostina a tornare ogni anno in cerca di qualcosa di molto simile all’essenza della bellezza. È un racconto onirico in cui ci si perde in immagini e associazioni, restando incantati dal movimento ipnotico delle onde e delle parole. E ancora ritornano il tema dell’identità, della morte, della parola. L’arte, sopra ogni cosa.
Restano alla fine di questo lungo catalogo due autori italiani: Olga Campofreda con le sue Ragazze perbene e Andrea Donaera con La colpa è mia. Due libri in antitesi che riescono ad avere dei punti di contatto: l’incertezza che caratterizza la vita dei giovani, sia economica sia identitaria, la solitudine di chi non riesce a integrarsi in una società rigida e spietata con chi non è conforme, l’amore che è visto come possibilità di salvezza ma si rivela l’ennesima trappola. Per il resto sono due romanzi opposti, a partire dai colori che li pervadono, il rosa acceso della Campofreda, marchio della collana Fuggitive di NN, il nero che pervade gli scritti di Donaera, esploso con Io sono la bestia, sempre per NN. In tema musicale abbiamo poi Britney Spears da una parte, il metallo e il gotico dall’altra. E questo è parte dell’incanto della scrittura, rappresentare mondi alieni tra loro e che pure possono coesistere nella stessa realtà e addirittura nella stessa libreria di casa.
Se ora riprendessi in mano tutti questi volumi e li sfogliassi, oltre alla sabbia, le ditate di sudore, le sottolineature e le note su google drive, ritroverei i fili dei discorsi che ho intessuto con loro e tra loro in questi mesi di sospensione della quotidianità, frasi e concetti in cui mi sono impigliata e aggrappata, un album dell’estate che si estende nel tempo, nello spazio e nelle profondità. Ma come non stampo più le foto, così tutti questi particolari li lascerò sedimentare da qualche parte per poi ritrovarli chissà quando chissà dove ma quando ne avrò bisogno.





